Blauer Hase

©2007





"Il come, il quando e il perché è un radiodramma a tre voci che è stato presentato per la prima volta in occasione della mostra No One Way presso gli Antichi Forni, a Macerata nel Giugno 2011. Si tratta della prosecuzione della ricerca su tre personaggi iniziata con Bluff nel Novembre 2010"

Blauer Hase - Il come, il quando e il perché - 2011 by blauerhase

Da un frammento di una lettera che Marimba scrisse a Constantin senza mai spedire,
3 Aprile 1918

Notti come questa moriranno presto.
dopo la tua partenza per Nuova York, le giornate si fecero più fredde, le nuvole più dense.
sedetti a lungo sulla collina dove eri solito perdere il tuo sguardo; guardai le fiamme all’interno dei palloni riscaldare il tessuto di colori al neon.
notti come questa moriranno presto, continuavo a ripetere tra me e me.
sedetti un’ultima volta a guardare i palloni, i colori al neon cuciti nella nostra mente.
urla di maiali e finestre in frantumi in tutta la città mi sorpresero.
un grugno, enorme e rosa, incrociò il fianco di un pallone lungo la sua traiettoria.
il tessuto si tese attorno alle narici scure e si fermò appena prima di strapparsi.
il grugno rimase lì.
eppure, i bambini si misero in riga con le lanterne alzate a guardare la prima nevicata di Febbraio coprire i campi coltivati.
ora, possiamo soltanto pregare, mi dissi.
pensai a un sole che brucia, a un iceberg che si scioglie tra le tue mani giunte.
con la mamma che alla fine fottuta, e l’ultimo libro favoloso buttato dalla finestra del reparto, e l’ultima porta chiusa alle 4 del mattino e l’ultimo telefono riattaccato con rabbia al muro in risposta e l’ultima stanza ammobiliata svuotata fino all’ultimo mobile mentale, una rosa di carta gialla avvolta a un ometto in fil di ferro nell’armadio, e anche quella immaginaria, nient’altro che un fidente minuscolo pezzetto d’allucinazione.

Ah, Constantin, se tu non sei al sicuro io nono sono al sicuro, e ora sei davvero nella totale zuppa animale del tempo.
Son con te a Rockland, nei miei sogni cammini grondante quel mare traversato in autostrada per tutta l’America in lacrime stai sulla porta del mio cottage nella notte qui dell’Ovest.

Trentatresimo nastro. 4 Settembre 1973.

Negli archivi dell’Unione esiste una incredibile collezione di progetti di meridiane pensate per il circolo polare artico. Quando la luce le colpisce vengono generate ombre lunghe dai 6 ai 16 metri. Per metà anno invece lo strumento tace. Mi colpisce poter lavorare con un collega tanto illustre come il Sole. Perdo la mia mente su cosa sia davvero questo scorrere che osservo tutto il giorno.

Esiste un tempo senza l’uomo?

K: Il mio orologio ha cinque lancette. Si muovono casualmente a volte sincronizzate a volte no. Una si scatta poi si ferma; parte la seconda insieme la terza poi continua la quarta mentre le altre si fermano e riprendono il moto senza tanti preavvisi. Molle e ingranaggi sdentati dettano l’ordine di questo piccolo caos da polso. é l’unico oggetto che mi dia la vera sensazione dello scorrere del tempo.

Esiste un uomo senza il tempo?

Uscito dall archivio mi ritrovo in una strada polverosa grigioverde. Un forte vento. Ma incredibilmente niente viene mosso dal vento. Niente alberi dondolanti. Niente cartacce che rotolino. Niente bandiere rosse di vittoria che sventolino. Niente.
E poi eccolo: quasi invocato dalle mie ricerche la nostra stella mi colpisce il volto. Non un ombra a ripararmi dalla potenza della sua luce. Non reagisco. Sono sicuro che sto proiettando un ombra alle mie spalle che di sicuro indica un qualche spazio-tempo.
Non me ne curo.

Questa mattina la Terra è diasbitata.

Quando pioveva, tutta la chiesa si riempiva di quel sentore amarognolo e soffocante.

L’umidità si spandeva dalle enormi volte a botte del soffitto di legno. La luce sprofondava, e io ero solo, minuzioso, a sondare e ridisegnare minuscole variazioni sui miei contrappunti, fino a sfinirli. L’aria, ora pesante e carica, attutiva il suono dell’organo. A 15 anni, avevano già depositato su di me l’intero peso di dover progettare i tempi e gli intrecci sonori di tutte le cerimonie. E io, poco più che un bambino, tessevo trame melodiche e orditi armonici; seduto al mio gigantesco telaio, avevo il compito di modulare il vento per un intero popolo, che ogni domenica voleva ascoltare la tramatura del proprio tempo, illudersi di scorgervi tutti gli incastri, i vuoti e i contrafforti. Questo era il mio mestiere, da quando avevo 15 anni.

Quando pioveva, il soffitto di legno della chiesa lasciava cadere nell’aria amarognola e soffocante delle gocce altissime. Era un rumore cangiante, di mostro. Seduto al mio gigantesco telaio, allora, decidevo a volte di fermare il vento. E lasciavo produrre all’organo solo quei rumori aguzzi e legnosi dei tasti, dei pedali, delle meccaniche mute. Rispondevo alla pioggia, in contrappunto. E due mostri si affrontavano allora in quell’enorme volume di penombra, di umido riverbero. Squittivano ferocemente, in un sentore amarognolo e soffocante di legno.

Dalla lettera che Marimba scrisse alla zia, la Duchessa di Meclemburgo-Strelitz.
28 Luglio 1923

Cara zia,
ho appena ricevuto la tua lettera e devo ammettere di essere rimasta sorpresa dalla tua richiesta. Non mi sono arrabbiata anche se, non immaginavo mi potessi chiedere qualcosa di simile proprio da parte tua. Mio zio è sorpreso quanto me, e niente o nessuno lo avrebbero indotto a comportarsi come ha fatto, se non la conoscenza dei vostro zampino in tutto ciò. Ma se ancora non avete capito a cosa mi riferisco, vi devo delle spiegazioni.
Lo stesso giorno del mio ritorno da Longbourn, lo zio ha avuto una visita inaspettata da Mrs. Darcy la quale gli ha parlato in privato per diverse ore ed è arrivata a dire di aver incontrato Elise insieme a Mr Wickam, poche ore prima della sua scomparsa. Mr Wickam ha generosamente spiegato quello che accadde in quel loro incontro ma c’è qualcosa che non mi torna. é come se nascondesse qualcosa di molto profondo tra lui e mia sorella Elise. E sappiamo benissimo quanti interessi si muovono da quando si è ritrovato sposato con Mrs. Darcy.

Lo sento come una persona che ha diversi segreti e che resteranno tali se non si interviene in maniera sistematica. E sono convinta che voi ne sappiate più di me.
Vi chiedo scusa se vi ho accusato di qualcosa, ma devo sapere se è il destino ad avermi separato da mia sorella o se ci sono le mani di qualche criminale.
ora devo lasciarvi, i miei bimbi mi aspettano da mezz’ora.

la vostra amata nipote
Marimba

Quarantaquattresimo nastro. Laboratorio H4N. 14 Agosto 1978.

La mia attenzione non riesce a fissarsi su un volto o su un oggetto. Vedo tutto e niente. Vedo il muro a cui mi appoggio e che il mio occhio sfiora con le ciglia. Vedo le gambe dei colleghi che si affrettano da una parte all’altra della stanza. Vedo le porte a vetri con le scritte in lingue sconosciute. Vedo i fogli di appunti sul mio tavolo.
Ma tutto è fuori fuoco come se fossi in preda a una amnesia del presente.
Come sono arrivato qui?

Le orecchie sentono il ronzio proveniente dai generatori di corrente del laboratorio.
Le turbine si sono accese e presto nella sala chiunque deglutirà angosciato una noce di saliva. Ognuno vorrebbe sapere che la sua vita è salva, che domani quando si sveglierà, potra ancora sentirsi addosso il sudore che ora gli sta colando sul corpo. Tutti vorrebbero trovarsi in un altro luogo. Tutti si osservano a vicenda come cavie. Tutti tacciono.
Poi lo sciame di elettroni ci investe.

Nessun bagliore verde. La Macchina tuttavia continua a macinare calcoli e a spararci addosso particelle imprevedibili.

La stanza risuona di sospiri e di risate isteriche date dalla tensione dei piccoli uomini che la occupano. Nessuno si muove. Diciotto camici bianche stanno ritti impietriti appoggiati ai muri della sala. In mezzo alla stanza la Macchina continua a girare su se stessa e a spararci addosso raggi invisibili.

Poi, all improvviso, ecco che il bagliore verde ci acceca. Qualcuno ricomincia a respirare affannosamente e questo è l’unico suono prodotto nella stanza che non sia un ronzio o uno scricchiolio metallico dei giunti della Macchina. Questo respiro è l’unico suono umano percepibile e a cui tutti noi li dentro stiamo tendendo l’orecchio. Se sentiamo il respiro vuol dire che qualcuno è ancora vivo. E vuol dire che anche le nostre orecchie sono ancora vive.
Noi siamo ancora vivi.


La lunga traversata dell’altopiano era punteggiata, per me, dalla polvere che sentivo entrarmi nel naso regolarmente, come una nota di bordone. A 40 anni, traversavo l’altopiano cavalcando un lentissimo clavicembalo, che i miei padroni avevano chiesto di scegliere e di portare indietro con me. Dal suo ventre piatto, lo scheletrico animale soffiava il suo respiro di polvere. L’avevo scelto in mezzo a molti altri proprio per la qualità secca e puntuta di quel respiro. Avevo messo tutta la testa dentro la sua bocca, fra le corde e i plettri. Avevo tastato con un morso la taratura di alcune meccaniche, come un minuzioso maniscalco. Avevo un certo naso: faceva parte delle mie mansioni l’esaminare il fiato degli organi, gli zoccoli dei clavicembali in giro per i possedimenti dei miei padroni. E rendevo conto di difetti e di malattie, di parti da cambiare e di sintomi di futuri disturbi.
Dunque, avevo fatto la mia scelta, e il giorno dopo mi trovavo di fronte a un tramonto rosso, in groppa ad un clavicembalo troppo lento e debole per imboccare la strada di casa prima del calare della notte.


Dal diario di Marimba Sputnik.
31 Dicembre 1913

Mi sento sempre legata ai luoghi dove ho vissuto, le case, i vicini.
Ora che il vostro viaggio vi ha condotto a Londra, mi domando quale sarà l’esito di questa vostra permanenza. Mi domando se un giorno avremo modo di condividere la nostra esistenza.
Nelle mie ricerche a proposito gli apparecchi radio, sono venuta a conoscenza di un parco che dovreste raggiungere con estrema facilità e, a quanto pare, è molto interessante.
Si chiama Postman’s Park, a pochi minuti dalla cattedrale di St. Paul: si chiama così perchè poco distante c’era il Museo Nazionale della Posta e pochi anni fa, da quelle parti, Guglielmo Marconi ha trasmesso il primo segnale senza fili dal tetto di un edificio. Incredibile, sono tuttora senza parole.
Da quanto ho potuto leggere, inolltre, in quel parco vi è una parete ricoperta di lastre in ceramica che commemorano le persone che hanno dato la loro vita nell’atto eroico di salvarne un’altra ma che non hanno ricevuto alcuna onoreficenza e rischiavano così di venire dimenticati.
Quanto darei la mia vita per salvare te, Constantin.

Ero ormai vecchio quando decisi di lasciare la mia città. Dopo 44 anni di servizio, fuggii di notte, come un ladro di cavalli. Malato e stanco per il viaggio, raggiunsi mio fratello a Venezia. Lui era pittore, faceva il vedutista. Montammo su un’imbarcazione nera di pece, e il mio respiro si fece più regolare. Per la prima volta, ero lontano dal vento fetido dell’organo su cui avevo chinato la mia intera esistenza. Mi lasciavo cullare dalle onde e tenevo incrociate sul grembo le mie mani. Ora che esse non avevano più da tessere il tempo degli altri, sentivo il mio, di tempo, scorrere troppo in fretta, fendendomi le dita.
Non ho mai avuto la stoffa del viaggiatore.
Gli effluvi di vomito e di muffa dei canali di Venezia mi dipingevano in testa vedute della mia città.

Cinquantacinquesimo nastro:
24 Maggio 1988

Un sottilissimo filo di luce. Riesco a intravederlo. Luna crescente.

L’aria fredda si inserisce mio malgrado nelle mie narici. Quando chiudo gli occhi e perdo la visione della luna riesco a vedere i peli delle mie mucose che vibrano e si piegano al gelo che entra.

Buio. La mente è ora pronta a raccogliere qualsiasi stimolo.

Dopo questo momento di sospensione apro gli occhi.

Buio.

Il buio mi occupa la mente. La notte è profonda qui sul ghiacciaio. La montagna viene illuminata solo dai razzi luminosi che vengono sparati da valle. Per un attimo una luce ci passa davanti agli occhi e illumina a giorno. L’aria si impregna di polvere da sparo. Poi di nuovo il buio e il gelo nel naso.

Mi avvicino all’orlo del ghiacciaio. Nel buio mi sento più a mio agio: i dirupi e i burroni appaiono tutti come macchie più nere nella notte già scura. impossibile determinarne la profondità e appaiono tutti uguali. In questa cecità non c’è nulla da temere e del resto presto tornerò a valle.
Ora mi accorgo che sono di fronte a un enorme macchia buia che inghiotte anche i riflessi delle poche luci che arrivano qui. Sono in vetta. Di fronte a me un burrone di almeno trecento metri.

Al cospetto di questa presenza oscura e magnifica rimango senza fiato. La paura e la meraviglia si alternano e vengo preso da movimenti spasmodici che tento di controllare restando rigido.
Poi arriva la calma. Mi siedo sul ciglio del burrone. Faccio penzolare le gambe nell’oscuro vuoto.

Respiro e inalo il buio.

voci di:
Daniele Zoico
Mario Ciaramitaro
Andrea Morbio