Blauer Hase

©2007

LA SCALATA DEL MONTE VENTOSO

Una conversazione immaginaria fra i due artisti Enrico Vezzi e Vittorio Cavallini.

Monte Ventoso, Provenza, 2006.

Enrico Vezzi: …inoltre, fino 670 anni fa non era usuale scalare montagne senza uno scopo pratico.

Vittorio Cavallini
: eppure cos’é cambiato in questi secoli di memoria?
I miei occhi cosa possono vedere dei mutamenti che mi circondano ovunque?
Così come le galassie di neutrini che costantemente mi attraversano da parte a parte, puoi immaginarlo?

E.V.: [suono del vento]
Muoviamoci da quella parte e ripariamoci da queste folate.
No, non riesco nemmeno a immaginare cosa possano essere i neutrini che non
smettono di divenire me stesso. Penso a un deserto di sabbia, a una forma in
continuo mutamento, che mira sempre ad espandersi. Oppure a un deserto
di ghiaccio, tutt’altro che immobile e uguale a se stesso. Un luogo è la sua
memoria.

V.C.: Più mi sforzo di pensare a un luogo come a uno spazio fisico, più invece
mi avvicino a una dimensione che non ha estensione se non dentro me.
[silenzio mentre si supera un passo difficile]

E.V.: In fondo, perché mai vogliamo arrivare in cima? Ammettiamolo: l’unica cosa che ci interessa è sapere cosa si vede da lassù. Le Alpi rigide e nevose attraverso cui una volta passò Annibale, i monti del Lionese a destra, e a sinistra il mare di Marsiglia e di Aigues-Mortes, distanti qualche giorno di cammino. E persino il Rodano.

V.C.: Non ho esitato a sottopormi a tanto sudore e tanta fatica per
portare il mio corpo un po’ più vicino al cielo. Però mi chiedo cosa rimarrà una volta scesi.

E.V.: Nient’altro che un’immagine. Un luogo è la sua memoria.

V.C.: Nel mio studio, fra le diapositive serbo una copia delle Confessioni
di Agostino. C’è un passo di quel libro che ricordo a memoria: “E vanno gli uomini a contemplare le cime dei monti, i vasti flutti del mare, le ampie correnti dei fiumi, l’immensita? dell’oceano, il corso degli astri e trascurano se stessi”.

E.V.: Questi spazi e queste dimensioni, come il punto più elevato d’un
monte, l’abisso più fondo dell’oceano e l’azzurro del cielo che più si sale, più scompare e si fa pesto, sono solo immagini? Non vorrei mai trovare a voltarmi e con un terrore di ubriaco, rimpiangere persino me stesso.

V.C.: L’astrosismologia in questo istante sta misurando i suoni
provenienti dal passato degli astri. Come quando osservi il cielo e le stelle e ti stai muovendo nello spazio e nel tempo. O la stessa luce del sole che si riflette sulla luna e ci permette la sua visione, con questa stessa luce che da noi ritorna ancora verso la luna. Uniamo in costellazioni oggetti lontanissimi fra di loro: la presunzione della nostra visione è quella di nominare l’universo.

E.V.: Ci siamo quasi, però non riesco a scorgere la vetta. Sembra immersa in una nuvola.

V.C.: Si: chissà, una volta arrivati in cima potrebbe non esserci nulla da
vedere.

E.V.: In tarda età, Monet fece una confessione a un suo buon amico,
al quale disse che gli sarebbe piaciuto tornare indietro e nascere cieco, recuperando la vista più tardi, all’improvviso, in modo da ritrovarsi a dipingere le forme senza l’influenza degli sguardi passati e dell’idea delle cose che ormai si era stabilizzata nel suo cervello. Rimpiangeva in fondo la
possibilità di aprire gli occhi per la prima volta.
[suono del vento]